Il Canzoniere di Cesare Malservisi, reinterpretato dai bandAchab

Più che un cantautore, Cesare Malservisi era un cantastorie. Interprete di racconti della Bologna d’una volta e di avvenimenti a lui contemporanei. Sapiente narratore della città, della sua Corticella, di vicende che entrano di diritto nel bagaglio culturale di una comunità, ma non solo. Molti dei protagonisti del suo “Pantheon” – come l’ha definito lo studioso Luigi Lepri – un tempo avremmo potuto incontrarli per la strada. Erano muratori, barcaioli, falegnami; e ancora: la barista che fa girare la testa ai clienti e lo scemo del quartiere, i “compagni” della sezione di partito e la suocera bigotta. Cesare Malservisi, tuttavia, non era un musicista di professione, se così si può dire. Era un maestro elementare. Era uno che imbracciava la chitarra in famiglia, tra amici o per far divertire i suoi piccoli alunni. In effetti, cominciò a scrivere canzoni per ingannare la noia della degenza, quando fu ricoverato per due mesi all’Ospedale Maggiore di Bologna nel 1987.

Negli anni Malservisi mise insieme un Canzoniere di settantadue canzoni, in rima, musica e dialetto. Perché il bolognese era per Cesare la lingua degli affetti e dei ricordi, ma anche perché era molto più musicale dell’italiano, con le sue parole tronche. Un po’ come il francese, la lingua dei cantanti che Malservisi amava, come Edith Piaf, Maurice Chevalier e Georges Brassens. Cesare si esprime con argute poesie, più che con canzoni. I suoi testi sono romantici affreschi per descrivere con tenerezza e pungente ironia un mondo, una cultura in via d’estinzione, a una generazione distratta da altro: dal denaro, dal potere, dalla “cattiva maestra televisione”, per citare Karl Popper. Le parole di Malservisi fanno sorridere, anche se a volte è un riso venato di malinconia. In bilico tra la nostalgia per qualcosa che si sta perdendo e la curiosità verso il presente, come nel brano “Che ban udaur”.

Con l’intento di mantenere vivo, di far scoprire a un pubblico più ampio questo patrimonio di storie e personaggi, e con il supporto della figlia di Cesare, Anna Malservisi, è nato nel 2015 il progetto bandAchab, che prende il nome da una delle più belle rime di Malservisi, nel testo “Al barcarol dal Trabb” (“e l’um pèr al capitàn Achab / al barcarol dal Trabb”, che tradotto significa: “e sembra il capitano Achab / il barcarolo del Trebbo”). Il trio – formato da Gianandrea Lanzara (chitarra e voce), Giacomo Bertocchi (sax contralto e clarinetto) e Filippo Cassani (sax tenore, sax soprano e voce) – si è posto l’obiettivo di portare nei locali, nei circoli e nei teatri uno spettacolo che ha il merito di affascinare anche chi bolognese non è, in cui le canzoni di Malservisi sono raccontate, lette e reinterpretate. Rigorosamente in dialetto, non c’è neanche bisogno di dirlo.

 

N.d.R.: L’intero canzoniere di Cesare Malservisi è stato pubblicato nel libro “Che bân udâur”, a cura della moglie e compagna di una vita, Francesca Ciampi.

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