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Maledia "Black Heaven"
I Maledia sono un gruppo metal proveniente da Roma. Il demo presentato ci propone 3 tracce di un ottimo power-gothic eseguito da 5 componenti molto preparati, soprattutto nella tecnica.
Infatti risultano ottimi i riff, soprattutto quelli di chitarra che si amalgamano bene con le tastiere. Eccellente la sezione ritmica, favorita dalla buona registrazione e produzione della demo.
Non sfugge di certo il paragone con i Nightwish, da cui i Maledia hanno preso veramente tanto ma senza esagerare. Le track comunicano sensazioni piuttosto doloranti e buie, confermando la lodevole qualità del gruppo. “Black Heaven” è il brano più interessante, diciamo quello più adatto per farsi un’idea sullo stile dei Maledia. Molto affascinante la voce di Luana che presenta un’ottima padronanza nelle liriche. Altrettanto buono il background di
Daniele. Posso constatare anche quanto sia curata la stesura dei testi. Nel vostro proseguimento consiglio di variare leggermente gli arrangiamenti e cercare di allargare maggiormente la varietà nelle liriche, magari cercando un po’ di sperimentazione di nuove sonorità per evitare di cadere in troppe banalità. Capisco però, che il genere da voi scelto non ha bisogno certo di ricercare nuovi sound o nuove sperimentazioni, ma un pizzico di originalità in più potreste sicuramente essere in grado di raggiungerla.
Non posso quindi nascondere la mia buona impressione sulla musica di questi cinque ragazzi.
Sono riusciti in tre brani ha presentare al meglio la loro proposta, assolutamente apprezzabile.
HUMANOIRA
Sono sufficienti quattro brani a mettere in luce il gusto compositivo degli Humanoira. Si attinge soprattutto dall’indie di stampo americano (vedi Slint, Sonic Youth, Fugazi e Don Caballero) con liriche in madre lingua (Marlene Kuntz, Afterhours), il tutto riproposto con personalità. La totalità del disco suona molto rock’n’roll, e riesce a tratti a stupire. Già l’iniziale “Ziguli” (“i soldi non fanno la felicità, figuriamoci questa cazzo di miseria”) piace soprattutto nell’esplosione chitarristica, noisosa invece “Ciro e Anna” che parte bene, ma poi si perde per strada. Meglio, molto meglio quando la band pesta, è il caso di “Semantica”, meno efficace dell’opener, ma altrettanto coinvolgente. Bella anche la conclusiva “Rosa e Nero”, un attacco alla Slint ed una ritmica claudicante creano una piacevole sensazione. Da evitare qualche eccesso nella costruzione dei brani, ma il risultato complessivo è buonissimo! Per il prossimo anno dovrebbe esserci il debutto discografico della band. Lo attendiamo più che fiduciosi!
Fabio Igor Tosi
WILLIAM RED ROSSI
Etichetta: Autoprodotto
Durata: 57 min.
Tracklist:
Nato a Brest (Bretagna-Francia) da madre spagnola e padre italiano, William Red Rossi vive attualmente in Svizzera da dove ci propone questo album di puro perfezionismo musicale.
Riflesso in una grafica accattivante e pinkfloydiana, WRR ci propone un rock progressivo dove sonorità anni 80 si mescolano in suoni limpidi e atmosfere psichedeliche.
Alte le capacità tecniche dei singoli musicisti, rilevante di nota è la sezione ritmica tra basso e batteria accompagnati da una chitarra aggressiva ma nello stesso tempo dolce e melodica.
I brani richiamano vari artisti: un mix tra Lacuna Coil e Pink Floyd è “Time has never stopped”, “For you”- “It’s my Reflection”- “Love again”-“what do you mean?” e “Oh Jessy!”
(quest’ultima a mio avviso la migliore) sono decisamente mirate verso orizzonte più rock con un cantato influenzato dalla Scuola Seattle e dagli accostamenti a Mr. Vedder dei Pearl Jam.
Mad Management
SERGIO LACCONE “IL RITORNO DEGLI EROI”: Mix allegro di suoni gitani con echi reggae, salsa e strizzatine d’occhio al pop … non mancano brani più leggeri cullati dal cantato delicato e dall’incedere di mandolini che con cori di gusto ispanico conferiscono atmosfere mediterranee sognanti. Il disco è intriso di riferimenti geografici che rimandano ai paesi caraibici, alle coste del Mediterraneo, al passeggio lungo la Senna, ai porti amalfitani o di greca memoria … una bella cartolina di solare vitalità che Sergio (uno dei più apprezzati musicisti del panorama jazz/folk) confeziona con umana ed emozionante eleganza. IVANO FORTUNA “UEZETE”: Legato a doppio filo alla traduzione pugliese, Ivano emoziona con le sue ballate lunari che danzano tra la pizzica salentina e i suoni magici di fisarmoniche. L’uso costante del dialetto conferiscono ancora più personalità ai diversi brani, assomigliando a echi tradizionali raccontati (e spesso sussurrati) dinnanzi a un fuoco, luogo di esperienze tramandate di padre in figlio. Ivano non disdegna per altro i suoni elettrici e come un fulmine a ciel sereno, piombano scariche elettrificate in “Giuanne e Maire” a rimarcare l’interpretazione eclettica della tradizione pugliese. SOUTH VERTIGO “Zero Center”: Sinuosi strascichi di rock, accompagnano le evoluzioni sonori della band pugliese, intenta a mescolare e rimescolare ingredienti della fusion, del pop, del funky e del blues. Personalità e tecnica dipingono un lavoro maturo, orecchiabile e degno di interesse. L’assenza di vocalità permette una maggior concentrazione sulla musica, siamo infatti di fronte a un album strumentale che sostituisce l’assenza di parole con suoni e arrangiamenti come detto maturi e interessanti. Non stupisce quindi il curriculum di tutto rispetto della giovane band che vanta diverse collaborazioni con importanti personalità del jazz, tra cui il celebre sassofonista di New York Bob Franceschini. ZEDUARDO MARTINS “Samba Blues”: Uno sguardo a Woodstock, uno sguardo a Rio. Zeduardo (apprezzato e rinomato polistrumentista brasiliano con importanti esperienze musicali in Europa) conia un ibrido sound ethno-blues-rock caro in certi frangenti alle musicalità del primo Santana. Suoni che accarezzano l’udito scivolando tra acidi slide e ammalianti arpeggi … una calda cartolina che pare non solo provenire dall’altra parte dell’oceano (con tutta la solarità del caso) ma anche da un decennio diverso, perchè con Zeduardo è facile sentirsi ancora nagli anni 60, quelli del rock e della pura e vitale sperimentazione e contaminazione.
MESAS, OFFICINALCHEMIKE
. MESAS – SPASMI CHE SANNO DI ME
Sin dalla prima traccia dei Mesas mi ha colpito l’accattivante mix tra assalti elettrici, voce graffiata e melodia efficace e mai banale. Il loro sound mi riporta dritto ai Ritmo Tribale, per restare in Italia (anche se verrebbero più facili esteri richiami allo stoner e all’hard rock, in particolare per l’impostazione vocale e per alcune strutture compositive). I riff si muovono tra pesantezze heavy rock, ritmiche crossover, impennate punk. La grande abilità dei Mesas è dare il via ad ogni pezzo con riff esplosivi, granitici, in modo da tirare per i capelli l’ascoltatore; punto debole potrebbero essere i testi in italiano, nel senso che in questo contesto probabilmente sarebbero risultati più “liquidi” in lingua inglese. Ottima la produzione: la masterizzazione è avvenuta agli Abbey Road Studios di Londra per mano di Sean Magee (Marylin Manson, Placebo).
OFFICINALCHEMIKE – HO LE MIE BUONE RAGIONI
Con dizione perfetta e voce multiforme Spinz canta testi intriganti, prosaici e arguti (“Le farmacie di Barcellona”, “Mai avuti così tanti libri in sospeso”), ordinati per quattro diversi settori colorati (con tanto di voce-guida), incasellandoli in musiche e ritmiche schizoidi. Gli Officinalchemike (anch’essi, come i Mesas, targati “Maninalto! records”) non disdegnano riff robusti, ritmiche funky, sprazzi post jazz e hanno tratti folli che li accostano a Primus, Devo, primi Bluvertigo, qualcosa di Silvestri. Notevolissima la padronanza tecnica degli strumenti e la creatività vulcanica. Complimenti.









