Milburn Reunion Tour: intervista a Joe Carnall

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Sono passati più di dieci anni dall’uscita di “Well well well”, ma il pubblico non si è affatto dimenticato dei Milburn. Suscitando nel Regno Unito un’accoglienza che definire calda è un eufemismo, le quattro date di Sheffield sono andate sold out in pochi minuti. Ora la band britannica è impegnata nel tour europeo per celebrare l’anniversario del disco d’esordio e per presentare il primo, doppio singolo (“Midnight Control/Forming of a Fate”), dopo la reunion. Lo scorso 24 marzo i Milburn hanno cominciato il tour proprio da Bologna, con un’unica data italiana al Covo Club. Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere prima del concerto con Joe Carnall, cantante e front-man della band che insieme agli Arctic Monkeys ha dato il via alla scena indie-rock, definita Sheffield Revival.

La prima domanda è abbastanza scontata: che cosa è successo dieci anni fa? “Perché abbiamo smesso di suonare insieme? Beh, quando abbiamo iniziato eravamo molto giovani, io avevo appena quattordici anni. Abbiamo fatto due album [“Well well well” nel 2006 e “These Are the Facts” nel 2007, n.d.r.] e non avevamo ancora vent’anni. Eppure suonavamo insieme come band già da sette anni. È un periodo di tempo piuttosto lungo, no? Era naturale voler fare nuove esperienze, o forse ero semplicemente stanco. Forse avremmo dovuto prenderci una pausa di un paio d’anni e poi tornare a suonare insieme… Ma quel che fatto è fatto. Siamo di nuovo qui, ora”.

D’altra parte era inevitabile che le strade dei membri dei Milburn si incrociassero di nuovo. In realtà i rapporti tra i fratelli Joe e Louis Carnall, Tom Rowley (chitarra) e Joe Green (batteria) non si sono mai davvero interrotti. “Ci conosciamo da vent’anni. Siamo sempre stati molto amici… Abbiamo pensato che questo fosse il momento giusto per tornare insieme, dato che il pubblico in Inghilterra continuava a chiedercelo. Abbiamo pensato che, se non l’avessimo fatto ora, il pubblico si sarebbe dimenticato di noi. Così abbiamo deciso di provarci”. Nonostante questo, la band non si aspettava di certo un’accoglienza così calorosa. Nemmeno nella città natale, Sheffield: “Abbiamo venduto un sacco di biglietti, sono finiti in sei minuti. È stato davvero pazzesco!”.

E così i Milburn sono tornati alla grande, con un tour autunnale in UK, un tour primaverile in Europa e un nuovo album, prodotto a Liverpool da Bill Ryder-Jones, la cui uscita è prevista per giugno 2017. “Non abbiamo voglia di suonare soltanto vecchie canzoni. Abbiamo voluto fare le cose per bene”, scherza Joe. “Abbiamo voulto fare un nuovo disco, nuove canzoni. Che non sono poi così diverse dalle nostre vecchie canzoni, sono solo un po’ più… mature! Le mie sonorità, quelle degli altri musicisti non sono cambiate… ma l’album sarà forse un po’ più lento. E la colpa è sua!”. Ridendo, indica Joe Green, il batterista del gruppo, che è appena entrato nel camerino fischiettando. “I nostri primi album erano molto veloci. Ora siamo cresciuti, siamo maturati. Non vogliamo fare le stesse cose… ma nemmeno vogliamo fare qualcosa di completamente diverso”. Come si dice, in medio stat virtus.

Joe esita un po’ quando gli chiediamo di parlarci del significato delle canzoni dei Milburn (scritte insieme a Tom Rowley), del messaggio che vogliono lasciare al loro pubblico. “Non è che ci sia un vero e proprio messaggio. Non ci prendiamo mai troppo sul serio quando suoniamo. Sii onesto con te stesso, prenditi in giro: questo forse è il nostro messaggio”. In ogni caso non è cambiato negli anni. Così come non sono mutati i rapporti tra i membri della band: “Ognuno è rimasto esattamente le stessa persona! Forse siamo un po’ meno tesi, un po’ più rilassati, ma le dinamiche all’interno del gruppo, i rapporti tra di noi sono esattamente gli stessi. Il che è fantastico. Ci conosciamo da anni, siamo amici da una vita: ecco perché tra noi funziona così bene”.

E per fortuna, viene da dire, considerando che oggi inserirsi nel mercato della musica non è per nulla semplice. Fatta eccezione per i gruppi brit-pop “fuoriclasse”, come i Blur o gli Oasis, ci spiega Joe, la scena musicale attuale non spalanca di certo le braccia ai gruppi emergenti, nemmeno oltremanica. “È  molto complicato. Vendere dischi, guadagnare qualcosa, per le band oggi è difficile. Nell’era digitale le persone scaricano la musica. Ci sono un sacco di gruppi interessanti nel Regno Unito, ma per farti conoscere devi andare in radio o in televisione… è dura. Quando abbiamo iniziato noi la situazione era migliore, un sacco di band hanno fatto degli album incredibili in quel periodo: gli Strokes, i Kings of Leon… Speriamo che sia un ciclo e che le cose migliorino tra qualche tempo…”.

Una volta terminato il tour primaverile, i Milburn hanno in progetto di partecipare a qualche festival estivo nel Regno Unito, prima di ricaricare le pile e tornare in Europa per la promozione del nuovo disco. “Suonare sempre negli stessi posti è noioso. Vogliamo allargare il nostro pubblico fuori dal Regno Unito. Spero torneremo presto in Italia, a Bologna, ma anche a Milano, a Torino, a Roma… Sarei felice di tornare. Perciò non dimenticateci, ricordatevi di noi, ascoltate la nostra musica… e chiedete di farci tornare!”.

 

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