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Miss Fraulein- " Tob was my monkey"
Produzione Miss Fräulein/Garage75 (etichetta indipendente di RC)
Track List
1.Gustavo.
2.Not Really True
3.Tob Was My Monkey
4.Mr. Savior
5.It Isn’t A Tale
6.Where The Kids Are Alive
7.Tears Upon…
8.Quickly
9.Black Coma
10.Wake Up! (It’s Only A Fiction)
Circa un anno fa eravamo rimasti ad un fiore pronto a sbocciare dalle profondità della terra con “Aprofessionaldinnerout”.
Ora, dopo un periodo di gestazione, posso sicuramente affermare che quel piccolo fiore dal profumo di speranza si è trasformato in un enorme ed ormai consolidato “Baobab” dimostrando una maturazione enorme nella fase di germogliazione dei propri fiori.”Tob was my monkey”. Canzoni molto più curate negli arrangiamenti e più precise nell’esecuzione.Giulio Ancora dimostra di aver capito quanto è importante la cura delle melodie della voce in una canzone. Più sentimento e meno incertezze del passato. Il disco suona molto bene in tutte le sue tracce e si nota fortemente una presenza esterna capace di dare dei consigli nella fase di registrazione. Infatti il disco si avvale della produzione artistica di Fabio Magistrali (già Afterhours,….)sicuramente in grado di capire di aver tra le mani un gruppo che può tranquillamente uscire dall’anonimato e forse arrivare anche ai palchi internazionali. Molte le song che potrebbero trasformarsi in singolo, una tra le più interessanti però è sicuramente “It isn’t a tale” carica di emozioni e con un ottimo ritornello, leggermente differente dalle sonorità delle altre track, ma efficace quanto basta. Non mancano canzoni in stile rock’n’roll come “mr. Savior” serrata e d’impatto. A differenza di altri pareri, è ancora fortemente presente la radice stoner del gruppo che sicuramente ha scelto linee melodiche più orecchiabili ma non per questo si deve pensare che siano usciti dalle loro vere basi.I riff di chitarra, caratteristica fondamentale della band, non mancano e soprattutto non deludono gli amanti del genere. Insomma un ottimo lavoro ,come lo era anche il disco precedente, che non può mancare nella collezioni degli appassionati. A tutte le persone…..
Non esiste solo la musica che vi fanno vedere andate oltre e continuate a cercare, il mondo è pieno di cose che ancora non sono state scoperte!
Giudizio: Imperdibile
William Red Rossi
ETICHETTA: autoprodotto
DURATA: 57 minuti circa
TRACKLIST: Time has never stopped, For you, It’s my reflection, As you go down the roard, Different worlds, In the light of the day, Love again, What do you mean, Sound sleep, Oh jessy, Dreaming in you wedding dress – – – –
Proveniente dalla Svizzera, William Red Rossi è una delle più piacevoli scoperte del 2005.
Figlio di madre spagnola e padre italiano (ma nativo in Francia), questo poliedrico artista ha iniziato prevalentemente la sua carriera dedicandosi allo studio della chitarra, sia come autodidatta che affidandosi a noti maestri jazz e blues, unendo queste due fonti e forgiando un stile unico e al quanto vigoroso.
Dopo essersi esibito in numerosi festival e concerti come solista, decide di buttarsi a capofitto nel mondo della composizione, arrivando, così, ad incidere il suo primo album: Three appunto.
Avvalendosi di musicisti dalle indubbie capacità tecniche, William Red Rossi sforna un album che ha dell’eccezionale per essere un esordio, riuscendo a non farsi etichettare in nessuna categoria ben specifica.
Si respira di tutto, dal rock al progressive, dal hard al pop, passando da brani più tirati a ballate soft e decisamente malinconiche.
Il tutto condito dalla sua versatile voce, dimostrando di essere un musicista valido anche a livello canoro e compositivo.
Il cd apre le porte con quello che considero il brano più gradevole dell’intero lotto, la bellissima “Time has never stopped”.
Il brano richiama a grandi linea le sonorità dei Dream Theater nell’album “Falling into infinty”, un disco orientato verso composizioni semplici e con un grande influsso di atmosfere pinkfloydiane, riuscendo così nel difficile intento di trasmettere emozioni e feeling prima che dimostrare quanto siano validi tecnicamente i musicisti. Il resto dell’album si muove sulle stesse coordinate, discreta varietà e,soprattutto, grande solarità nelle composizioni, pur non venendo mai meno alla melodia, caratteristica di fondo di questa fatica discografica.
Le sfumature prog, tuttavia, sono l’elemento che più balza agli occhi; grande attenzione alle atmosfere e agli arrangiamenti, passaggi arpeggiati, e la capacità di variare da cantati bassi a cantati alti, spezzandoli con brevi passaggi recitati, rendendo il tutto decisamente affascinante e suggestivo.
L’album scorre così tranquillo e senza intoppi, passando dalla graffiante “It’s my reflection” alle decisamente più sognanti “Love again” e “As you go down the road”.
Nessuna caduta di tono, originalità di fondo abbastanza buona e riscontrabile (anche se il progressive rock degli anni 70 e 80 aleggia prepotentemente su tutto l’album), il che lascia sperare un grande futuro per questo artista e la sua band.
Se aggiungamo la cura di ogni dettaglio, dall’artwork all’ottima incisione fino al sapore internazionale che emerge sin dal primo ascolto, non si può negare che sentiremo ancora parlare di William Red Rossi.
Moist Vagina "Precious things unsaid"
I Moist Vagina sono una giovane band indie-rock proveniente dalla toscana e “Precious Things Unsaid” è il loro secondo lavoro in studio. Un disco registrato al “GRM Service” di Certaldo (FI) nel Febbraio 2005. Per quanto riguarda la produzione e la registrazione in generale, i suoni sono buoni e accettabili e la voce è messa ben in rilievo. Il lavoro presenta sei tracce ben eseguite che porgono un grunge revisionato in chiave moderna, con spunti indie-noise che ricordano molto Verdena e forse anche Giardini di Mirò. Apertura davvero ottima con “Don’t kill Natalia”, un brano splendido con un testo che, pur seguendo una “linea” piuttosto semplice ha il pregio di essere molto profondo e diretto, così come tutti gli altri. Nella traccia due, “6 feet under the ground” non si può fare a meno di notare il timbro di voce del cantante Francesco Falorni che ricorda un certo Alberto Ferrari, ma non troppo. Riff che alternano momenti tenui e irruenti allo stesso tempo. Buona anche la sezione ritmica che si adatta perfettamente alla struttura delle canzoni. “24 Times against the wall” è il terzo brano, uno dei pezzi con il testo più bello, si avvia con la dolcezza iniziale fino a giungere al ritornello in cui il grido di disperazione fa da padrone. Una canzone che trasmette un forte phatos in cui le chitarre raggiungono il massimo dell’incanto. Il quarto brano, “Tricheco” è senza dubbio il più verdeniano di tutti, forse per la sua compagine e per le chitarre che seguono un arpeggio piuttosto malinconico e cupo. Poi il finale presenta una totale disgregazione che tanto ricorda il quartetto di Bergamo. Da questo momento ci avviamo verso gli ultimi due brani, quelli più belli in assoluto, almeno secondo il mio parere. “In Parenthesis” è molto aggressivo e lugubre nello stesso modo, la parte più bella si apre con “everyone is screaming in my ears/everyone is joking with me/everyone is trading on my face”, dopodichè giunge la conclusione completamente strumentale con due chitarre che aprono il cuore nel vero senso della parola.. una emozione ed una bellezza estrema. “Crime” è l’ultimo brano, anche questo uno dei più appassionanti, forse il più bello. Quell’inizio con la voce tanto bassa e dolce che in progressione si avvia verso l’urlo di avvilimento, verso lo sconforto. Qui il singer Francesco da veramente il meglio di sè e mostra le sue evidenti doti canore…una piacevole melodia che termina con un totale strazio di violenta disperazione.
Un grande lavoro, un grande gruppo… una grande prospettiva per il futuro.
Rufus Party
durata: 21 min 49 sec
tracklist:
Too romantic
Crimson Boogie
You are the one
I’m a lover, I’m a saint
C.h. woman
Direttamente dall’Emilia arriva questo power trio con delle sonorità davvero originali.
Influenzati dal blues più puro, i Rufus sono riusciti a prelevarne l’essenza per ottimizzare uno stile d’altri tempi.
Facciamo un viaggio all’interno del disco e scopriamo insieme cosa lo caratterizza così tanto…
La psichedelia, lo standard blues, il rock melodico, il retrogusto per le sonorità black e garage, non sembra possibile,
ma vi assicuro che se ascoltate attentamente forse troverete anche di più.
Nelle prime tracce io sono riuscita a percepire delle micro sfaccettature del grande vecchio Gary Moore, sarà il
modo di cantare o forse perchè questo gruppo ci sa fare veramente.
Da apprezzare la scelta sonora di ogni singolo strumento, la chitarra con lo wha è davvero hendrixiana!
L’old style che si mischia al new sound con un equilibrio perfetto, il bello di questo demo è forse questa capacità
di poter viaggiare sulla musica dei grandi del passato con un tocco di novità che però non distrugge il resto.
Eccezionale.
NATRIUM
Slayer e Death, queste sono le coordinate di partenza utili per comprendere al meglio la musica che ci propongono i Natrium in questo “The day of pain”, prima fatica della band proveniente dalla sardegna.
L’ alternarsi di pezzi molto thrash old style come “Last prophecy”, “Sellers of Happiness” e “Inner devastation” caratterizzati da violente accelerazioni e improvvisi rallentamenti, ad altri più vicini alle sonorità del death americano come la coinvolgente “Scythe” o la potente “Burning my stake” rendono il cd nell’insieme molto vario e piacevole da ascoltare. Nonostante una produzione non proprio impeccabile che influisce negativamente sulla resa delle canzoni, il giudizio non può che essere positivo per questa band dotata di notevoli capacità tecniche. Unico consiglio che sento di dare è di rendere più personali le buone basi compositive.









