Monkey’s Empire
Tre pezzi per questo demo dei Monkey’s Empire. “My Madness” si muove su tonalità rockeggianti condite con cori e ritornelli in stile anni ’80, pezzo orecchiabile per ciò che concerne i riff ma davvero modesto nella coesione musica/voce quando quest’ultima finisce quasi per “sparire” nel suono … una pecca certamente figlia di una registrazione non perfetta che di certo non aiuta a giudicare pienamente questo lavoro. La seconda traccia “Not in my name” segue la falsariga del primo pezzo ma con un riff forse più potente (specie nella base ritmica) e così il pezzo si fa ben ascoltare (anche se la parte vocale dei ritornelli meriterebbe più cura). E così dopo due pezzi di hard-rock sbuca a chiudere il demo “Aca toro”, cover del celebre pezzo targato Punkreas che non viene però eseguito con la medesima forza, risultando leggerino a livello sonoro specie nelle chitarre che risultano troppo “presenti” in un contesto nel quale la voce (e quindi i testi) dovrebbero essere in assoluto primo piano. E questo è un concetto che può essere spalmato sull’intero EP, un lavoro certo non eccezionale ma che propone un paio di buoni spunti per un qualcosa in futuro di più corposo.
BluNotte
Album d’esordio per i BluNotte, con questo cd autoprodotto in stile cantautoriale, discretamente registrato.
I brani sono buoni, in tipico stampo di musica italiana, corti, con strofa-ritornello, le parti strumentali sono relegate
a piccole intro, che spesso non riescono a dare un impatto particolare, ma comunque ben suonati; la voce esce forse un po’ troppo rispetto alla musica, compromettendone un po’ la riuscita dei pezzi, che, secondo me, risultano piatti senza l’enfasi giusta.
Il cantante non ha particolari doti, molto lineare(in alcuni tratti è facile cogliere somiglianze con Grignani),
non riesce a dare un’impronta particolare, nè a graffiare alcuni brani più veloci. Anche nel dare un senso al testo pecca, dal momento che non riesce a trasmettere quello che vuole dire la canzone stessa, andando ad accentuare il significato di testi che, se da un lato sono banali, dall’altra tentano un’introspezione nell’umana cornice dei sentimenti,
con soluzioni a volte riuscite. In questo senso vorrei ricordare le ultime due tracce, che mi hanno ben impressionato.
Andiamo a sviscerare le tracce che compongono questo cd:
Due parole: un brano molto easy battisti-style, buona orecchiabilità, un po’ lamentoso il ritornello.
Start: partenza con delle chitarre semi distorte che lasciano ben sperare, poi però come nel pezzo precedente ci troviamo con accordoni da spiaggia, molto legata alla tradizione cantautorale del nostro paese.
Vai avanti: più ritmata, arrangiata meglio, più Nek oriented.
L’estate che verrà: Grignani puro nelle strofe, più corale, molto sanremese.
E il vento muore: Il refrain, ahimè, è identico ai Placebo di Special K, poi però si va sul tipico stampo italico.
Blunotte: titletrack, risulta ultrasentita, noiosa, appallante nel ritornello, speravo meglio.
Cuore nero: Già più tirata, la batteria risulta assai midi e finta nei suoni, il basso alla Police rende più tirato il brano(somiglia a message in a bottle).
A tre centimetri da te e 30 Settembre infine le ho già additate come migliori testi, ma musicalmente non si discostano molto dal resto del cd.
Notturno Concertante
Presentatevi…
Abbiamo cominciato come duo acustico negli anni ’80. poi si sono
succeduti vari cambiamenti all’interno del gruppo. Le presenze costanti
sono la mia, Lucio Lazzaruolo (tastiere e chitarra) e quella di
Raffaele Villanova (chitarre e voce). Adesso siamo in sette. Con noi
suonano Carmine Marra (sax, flauti), Carmine Meluccio (violino),
Antonio D’Alessio (basso), Alessandro Tozza (voce) e Umberto Spiniello
(batteria)
Come mai questo nome? Cosa sta ad indicare?
Nei primi tempi suonavamo nella villa comunale di Grottaminarda con due
chitarre classiche, durante le sere estive. Non erano esibizioni
pubbliche. Erano prove all’aria aperta. Io conoscevo un brano di un
chitarrista napoletano (Ferdinando Carulli) che s’intitolava Notturno
Concertante. Pensammo fosse il nome giusto per il nostro duo.
Offlaga Disco Pax in concerto allo Zenzero di Bari
I tempi del ginnasio sono (purtroppo) lontani. Allora, con 2-3 amici folli, in occasione dei concerti, il rituale prevedeva: partenze in treno subito dopo pranzo, altri eventuali mezzi pubblici, piazzamento dietro i cancelli, file titaniche, sospirata conquista finale delle transenne centrali, libagioni…
Tuttavia venerdì 28 aprile, per il concerto degli Offlaga Disco Pax allo Zenzero di Bari, non mi sono voluto privare del piacere di arrivare un paio di ore prima del live e di gustarmi l’attesa nel locale vuoto e rimbombante di silenzio.
Di fronte a me un palco reso scarno dalla mancanza della batteria ma in compenso addobbato da scatole di biscotti Tatranky (le fotografie sono di Anna Maria Stasi), un leggìo sulla cui copertina si fronteggiavano la foto della statua di Lenin e la prima pagina di “Cronaca vera”, un drappo con la scritta “Ceska posta”, un televisorino collegato ad una console con videogiochi stile vic 20, una valigetta piena di gomme cinnamon…
Scenario completato da una strumentazione ridotta a due chitarre (Fender e Rickenbacker) costellate da una dozzina di pedalini, un basso (anch’esso Rickenbacker), una tastierina (ravvivata da adesivi, tra gli altri, di Public Enemy e Settlefish), un portatile e un moog prodigy.
Alle 23:30 lo Zenzero registra un’affluenza significativa e davvero soddisfacente per la gioia di chi, come il sottoscritto, vorrebbe sempre incoraggiate iniziative di questo tipo dalle nostre parti. I 3 ragazzi degli Offlaga si aggirano tra il pubblico, chiacchierando e sorridendo, in sottofondo la new wave di Carlo Chicco.
Colgo l’occasione per un plauso al costante e indefesso apporto che tutto lo staff di Controradio Bari si sforza quotidianamente di fornire alla scena indipendente ed emergente. Plauso in cui desidero coinvolgere anche lo Zenzero, sede ormai abituale di appuntamenti innervati di qualità e coraggio.
Poco dopo le 00:00 Daniele Carretti e Enrico Fontanelli salgono sul palco, mentre Max Collini, tra una smorfia e un paio di corna all’indirizzo di Daniele Carretti, resta a sbirciare quel che accade dal vetro dei camerini.
Il pubblico scandisce il nome di Franco Marini e subito Enrico si unisce al coro a braccia alzate.
Entra Max Collini, qualcuno gli dice che è un bell’uomo ma che stava scherzando, lui sorride, presenta la band e si inizia con Kappler. L’uditorio risponde subito con calore, urlando all’unisono il momento clou del testo: “…ha la faccia come il culo!”.
Collini lancia al pubblico pamphlet con i testi dei pezzi previsti in repertorio e si prosegue: Enver, Cinnamon (con brevi riferimenti melodici ad Allarme dei CCCP), Tono metallico standard… Sottolinea il fatto che il pubblico è sin troppo preparato: lo anticipa non solo nella scansione testuale, ma anche nella presentazione dei brani.
Le basi ritmiche sono semplicemente scandite ora dalle basi preregistrate della tastierina, ora dal portatile; il lavoro di Enrico alle macchine è notevole: suona il basso e con la paletta dello stesso attiva il sintetizzatore. Quando la creatività supera strumentazioni faraoniche con risultati apprezzabilissimi…
Collini, della cui discutibile presenza scenica ho letto da qualche parte, in realtà trasforma i suoi momentanei imbarazzi in punto di forza, guardando negli occhi il pubblico, proponendo movenze lente e vagamente teatrali, trasformando il volto in cassa di risonanza per l’umore testuale.
I momenti più intensi si raggiungono durante l’esecuzione di Piccola Pietroburgo, De Fonseca (con ciabatta bene in mostra) e, ovviamente, Robespierre.
Ma gonfi di pathos catturano i presenti i due inediti finali: Cioccolato IACP e Sensibile. La prima racconta la desolazione di quei posti attraverso un episodio di sesso, pane, cioccolato e droga; la seconda invece è incentrata sulla figura dell’estremista nero Giusva Fioravanti, definito “sensibile” dalla compagna Francesca Mambro, appellativo che suscita in Collini un profondo disorientamento semantico lessicale.
Fine.
Si è parlato tanto (e si continua a farlo) degli Offlaga Disco Pax, del loro reale valore, della loro eventuale originalità: un po’ Massimo Volume? Un po’ CCCP? In tutta onestà penso che oggi sia davvero arduo proporre una formula musicale autenticamente originale, svincolata da qualsivoglia riferimento. Quei 75 minuti mi sono piaciuti, a tratti mi hanno emozionato, mi hanno fatto sentire parte di un vissuto, a tratti mi hanno fatto sorridere, a tratti mi hanno fatto ballare. E questo mi basta, eccome. Al di là di critiche intellettualcervellotiche.
Tutto il resto è desistenza (oppure, cito, “brutta bestia l’invidia”)…
Entourage
Suoni grezzi in uno sfuocare di melodie e ruvide chitarre. Gli Entourage mischiano nel loro sound un pò dell’alternative rock nostrano (quello targato MK) con le sonorità statunitensi del post-grunge. Buono l’apporto vocale (anche se necessiterebbe di maggior grinta in alcuni frangenti, visto che a volte pare un pò “soffocato” dal suono d’insieme) e interessante la voglia di sperimentare passaggi strumentali arricchiti di campionamenti e voci registrate (come nel caso della Tooliana “Enter in our age”). Le tracce a ogni modo scivolano via piacevolmente senza stancare o risultare necessariamente simili, proponendo un sound granitico ma non pesante, sciolto ma non slegato … una prova davvero incoraggiante.








